giovedì 4 giugno 2015

GIOVEDI' ROSSI - MACCHINE E FORZA LAVORO ovvero CAPITALE COSTANTE E CAPITALE VARIABILE

Prima di passare al capitolo sulla produzione di plusvalore Marx chiarisce un altro importante argomento quello della differenza tra capitale costante e capitale variabile, chiarimento necessario perché questo dato viene travisato dalla borghesia e dai suoi economisti che parlano di capitale fisso e capitale circolante sempre nel tentativo di nascondere il processo che genera il plusvalore.

Dice Marx: “I differenti fattori del processo lavorativo” che come abbiamo visto nel capitolo precedente sono i mezzi di produzione da un lato e la forza lavoro dall’altro, “prendono parte differente alla formazione del valore del prodotto.”

Proviamo a riassumere subito la spiegazione di Marx con queste frasi: “… la parte del capitale che si converte in mezzi di produzione, cioè in materia prima, materiali ausiliari e mezzi di lavoro, non cambia la propria grandezza di valore nel processo di produzione. Quindi la chiamo parte costante del capitale, o, in breve, capitale costante.”
“Invece la parte del capitale convertita in forza-lavoro cambia il proprio valore nel processo di produzione. Riproduce il proprio equivalente e inoltre produce un'eccedenza, il plusvalore, che a sua volta può variare, può essere più grande o più piccolo. Questa parte del capitale si trasforma continuamente da grandezza costante in grandezza variabile. Quindi la chiamo parte variabile del capitale, o in breve: capitale variabile.”

E prosegue spiegando passo dopo passo come l’operaio aggiunge valore in questo processo. Marx dice che l’operaio mentre lavora trasforma la materia prima in un altro tipo di oggetto e nel fare questo aggiunge valore con il suo lavoro vivo, cambia la forma, appunto, all’oggetto morto facendolo diventare un’altra cosa, un altro valore d’uso; questo valore d’uso che si sta trasformando sotto le mani dell’operaio così com’è, di fatto, non ci sarà più, per esempio il cuoio che diventa stivale, ma riappare nel prodotto finito come valore d’uso, mentre il suo valore, e cioè il tempo di lavoro necessario socialmente per produrre quell’oggetto, e che era espresso in denaro, si conserva. Per cui ciò che si riproduce è il valore d’uso, si avrà un altro oggetto al posto del vecchio, per esempio stivali che si possono calzare, mentre il valore non viene “riprodotto” ma conservato. Come dice Marx. “Quel che viene prodotto, è il nuovo valore d'uso, nel quale si ripresenta il vecchio valore di scambio.”
Detta ancora in altro modo: “Con l'aggiunta semplicemente quantitativa di lavoro si aggiunge nuovo valore, con la qualità del lavoro (e cioè con il tipo specifico di attività, fabbro, filatore ecc.) aggiunto vengono conservati nel prodotto i vecchi valori dei mezzi di produzione. Questo duplice effetto dello stesso lavoro in conseguenza del suo carattere bilaterale si vede tangibilmente in vari fenomeni.”

Riassumendo abbiamo due proprietà della forza lavoro in atto:
1.      La proprietà di conservare  valori vecchi, già passati, prodotti.
2.      La proprietà di creare nuovo valore aggiungendo lavoro ai prodotti.

C’è una differenza essenziale – dice Marx – tra queste due proprietà.

“Si supponga che una qualche invenzione metta il filatore in grado di filare in 6 ore tanto cotone quanto ne filava prima in 36. Il suo lavoro come attività utile e idonea, produttiva, ha sestuplicato la propria forza. Il suo prodotto è un sestuplo, 36 quintali di refe invece di 6 quintali. Ma ora i 36 quintali di refe assorbono soltanto il tempo di lavoro che prima ne assorbivano 6: di lavoro nuovo viene loro aggiunto un sesto soltanto di quanto accadeva col vecchio metodo, e quindi soltanto un sesto del valore di prima.” E grazie a questa proprietà si crea valore. Ma adesso “nel prodotto, nei 36 quintali di refe, c'è un valore sestuplo di cotone. Nelle 6 ore di filatura viene conservato un valore di materia prima sei volte più grande che viene poi trasferito nel prodotto, benché allo stesso materiale venga aggiunto un neovalore sei volte minore.” E così si conserva valore.
Dunque, è la forza lavoro che aggiunge valore nuovo al prodotto e non il mezzo di produzione, non la macchina che con l’uso si logora, perde anche il suo valore, che progressivamente viene trasferito al prodotto. E dice infatti Marx i mezzi di produzione non possono mai aggiungere al prodotto più valore di quanto ne posseggano indipendentemente dal processo lavorativo al quale servono. Per quanto utile possa essere un materiale da lavoro, una macchina, un mezzo di produzione: se costa centocinquanta sterline, dicansi cinquecento giornate lavorative, esso non aggiungerà mai più di centocinquanta sterline al prodotto complessivo alla cui formazione esso serve.” Perché nel processo lavorativo un mezzo di produzione, come una macchina “serve soltanto come valore d'uso, come cosa con proprietà utili, e quindi non darebbe nessun valore al prodotto, se non avesse posseduto valore prima della sua immissione nel processo”. E solo questo valore può cedere.

Ma come trasferisce per esempio una macchina il proprio valore di 1000 sterline al prodotto? “Sia una macchina per esempio del valore di 1000 sterline, e si logori in mille giorni. In questo caso un millesimo del valore della macchina passa giornalmente da questa al suo prodotto giornaliero. Contemporaneamente la macchina opera nel suo insieme, sia pure con vitalità decrescente, nel processo lavorativo. Si vede dunque che un fattore del processo lavorativo, un mezzo di produzione, entra completamente nel processo lavorativo, ma solo parzialmente nel processo di valorizzazione.” 
In questo senso il lavoro dell’operaio “il lavoro produttivo cambia mezzi di produzione in elementi costitutivi di un nuovo prodotto, il loro valore subisce una metempsicosi: trasmigra dal corpo consumato nel corpo di nuova formazione. Ma questa metempsicosi avviene, per così dire, alle spalle del lavoro reale. L'operaio non può aggiungere nuovo lavoro, dunque non può creare nuovo valore, senza conservare valori vecchi, poiché deve aggiungere il lavoro sempre in forma utile determinata, e non lo può aggiungere in forma utile senza fare dei prodotti mezzi di produzione di un nuovo prodotto, trasferendo così il loro valore nel nuovo prodotto. Dunque, conservare valore aggiungendo valore è una dote di natura della forza-lavoro in atto, del lavoro vivente; dote di natura che non costa niente all'operaio ma frutta molto al capitalista: gli frutta la conservazione del valore capitale esistente. Finché gli affari vanno bene, il capitalista è troppo sprofondato nel far plusvalore per vedere questo dono gratuito del lavoro. Ma le interruzioni violente del processo lavorativo, le crisi, glielo fanno notare in maniera tangibile.” E infatti, in questi casi, il capitalista si lamenta perché deve pagare; senza gli operai che lo tengono vivo, anche il capitale nella forma dei mezzi di produzione si perde.

E proprio in queste occasioni risalta ancora di più il fatto che la forza lavoro crea valore perché come è stato detto “Mentre il lavoro, mediante la sua forma idonea al fine, trasferisce e conserva nel prodotto il valore dei mezzi di produzione, ogni momento del moto del lavoro crea valore aggiuntivo, neovalore. Supponiamo che il processo di produzione si interrompa al punto nel quale l'operaio ha prodotto l'equivalente per il valore della propria forza-lavoro, per esempio al punto nel quale l'operaio ha aggiunto, con un lavoro di 6 ore, un valore di 20. Questo valore costituisce l'eccedenza del valore del prodotto sulle sue parti costitutive dovute al valore dei mezzi di produzione. È l'unico valore originale che sia nato entro questo processo, la unica parte di valore del prodotto che sia prodotta mediante il processo stesso.” Ma sappiamo già che “il processo lavorativo continua e dura oltre il punto nel quale sarebbe riprodotto e aggiunto all'oggetto del lavoro solo un puro e semplice equivalente del valore della forza-lavoro. Invece delle 6 ore a ciò sufficienti il processo dura per esempio 12 ore. Dunque con la messa in atto della forza-lavoro non viene riprodotto solo il suo proprio valore ma viene anche prodotto un valore eccedente. Questo plusvalore costituisce l'eccedenza del valore del prodotto sul valore dei fattori del prodotto consumati, cioè dei mezzi di produzione e della forza-lavoro.” L’eccedenza sul capitale anticipato.

Di questo plusvalore, del grado di sfruttamento della forza-lavoro - parleremo nei prossimi articoli.

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